“Il solo viaggio possibile sembra essere ormai all’interno dei segni, delle immagini: nella distruzione dell’esperienza diretta.”

Era il 1973, e non c’era alcuna pandemia in corso, quando Luigi Ghirri realizzava nello scantinato di casa sua quel meraviglioso viaggio fotografico chiamato Atlante. 41 fotografie che raccontano il mondo e il suo paesaggio per come è codificato dagli esseri umani, in quella che è un’opera dalla straordinaria matrice concettuale. Qual è il rapporto fra rappresentazione segnica del paesaggio e la sua riproduzione diretta? È questo l’interrogativo principale che solleva Atlante. Il risultato è un lavoro dalla forza astrattiva imponente, che allo stesso tempo ci riporta con forza al paesaggio reale che quei segni evocano nell’immaginario della nostra cultura.

Riflettendo su uno dei più attuali e grandi problemi della nostra epoca, cioè il sovraccarico di testi e di immagini a cui siamo quotidianamente esposti, credo che Atlante sia un lavoro di sintesi straordinario. Perché in fondo abbiamo sempre avuto bisogno di segni e simboli per catalogare e rappresentare il mondo nella nostra mente e nella società, da molto prima che nascesse una rappresentazione così apparentemente fedele come la fotografia. E forse quelle tre palme su uno sfondo giallo a puntini, rendono meglio l’idea universale del deserto rispetto ad una ultra definita immagine satellitare.






Credits: Archivio Luigi Ghirri, 1973

[Le fotografie, nel rispetto del diritto d’autore, vengono qui riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]